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mercoledì 11 agosto 2021

Allarme Nazione Unite: cambiamento climatico senza precedenti

Le centinaia di esperti climatici che hanno compilato un nuovo rapporto sul clima pubblicato giorno 09/08/2021 dal Gruppo intergovernativo di esperti sulle nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) hanno dovuto lavorare in condizioni pandemiche senza precedenti. 


In vasti incontri forzati online, gli scienziati hanno lottato su come trasmettere l'entità della crisi globale e l'urgente necessità di agire. 

Allarme Nazione Unite: cambiamento climatico senza precedenti
Allarme Nazione Unite: cambiamento climatico senza precedenti



È stato inquietante vedere "gli echi di una crisi in un'altra", afferma Claudia Tebaldi, scienziata climatica del Pacific Northwest National Laboratory e una delle autrici del rapporto. 

La relazione traccia un quadro allarmante, ma sottolinea che c'è ancora tempo per un'azione rapida per mitigare il peggio degli impatti previsti del cambiamento climatico. 
Allarme Nazione Unite: cambiamento climatico senza precedenti
Fig.1



L'attuale riscaldamento medio è ora stimato a 1,1 °C rispetto ai record preindustriali, una revisione basata su metodi e dati migliorati che aggiunge 0,1 °C alle stime precedenti. 

In ogni scenario di emissioni esplorato dal rapporto, il riscaldamento medio di 1,5 °C, uno dei principali obiettivi dell'accordo di Parigi sul clima, sarà molto probabilmente raggiunto entro i prossimi 20 anni. 

Tale calendario "sottolinea un senso di urgenza per un'azione immediata e decisa da parte di ogni Paese, in particolare delle principali economie", afferma Jane Lubchenco, vicedirettore per il clima e l'ambiente presso l'Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca. 

Allarme Nazione Unite: cambiamento climatico senza precedenti
Fig.2


"Questo è un decennio critico per mantenere l'obiettivo di 1,5 °C a portata di mano. " E le proiezioni indicano che i paesi dovrebbero venire alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, prevista per novembre, con gli obiettivi più "aggressivi e ambiziosi" possibili, afferma.

 

sabato 6 giugno 2020

Calo inquinamento pianeta lockdown Covid-19

Il calo dei livelli di inquinamento del pianeta registrati durante la periodo di lockdown a causa del Covid-19, sono stati soltanto una mera illusione! 


Il livello registrato di inquinamento durante il periodo di lockdown divuto all'epidemia del Corona virus è stato soltanto un caso:


L'ambiente del pianeta ne ha certamente beneficiato di questi pochi mesi di riduzione dell'uso di automobili, ma è bastato il via libera per fare innalzare i valori ai livelli dannatamente critici!
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Clima conseguenze incendi Amazzonia

L'anidrite carbonica che si è sparsa nell'atmosfera si è alzata in mnaiera importante in questi giorni, favorita dal ritorno alla nostra normalità quotidiana:
Si tratta di un triste ritorno alla realtà che da troppo tempo ormai ci affligge ed affoga il respiro del pianeta trascinandolo lentamente verso un collasso ormai inevitabile!
Pieter Tans, uno scienziato tra i più anziani del NOAA, ha affermato che, stando alle misurazione effettuate sul biossido di carbonio, il principale gas serra che l'uomo ha creato, ha toccato il 17% soltanto nel mese di aprile:


Visto che l'anidrite carbonica resta nell'atmosfera per secoli, il calo a breve termine soltanto per pochi mesi delle emissione di carbonio, non hanno generato il beneficio che si sperava potesse causare.
Basti pensare che le registrazioni delle misurazioni dirette di anidrite carbonica fatte nel 1958, hanno toccato il 31% di aumento in soli 62 anni:
“L’aumento dei livelli atmosferici di anidride carbonica è inarrestabile, e questo significa che anche i costi del cambiamento climatico per l’uomo e il pianeta continuano a crescere senza sosta”, ha dichiarato Jonathan Overpeck, scienziato dell’Università del Michigan.

Nemmeno nel vasto territorio cinese si sono potuti registrare benefici degni di nota dopo il lockdown con una media nazionale di PM2,5 di particolato di biossido di carbonio, anidrite solforosa e ozono:
il loro aumento è stato del 6% in più per quel che concerne il particolato, mentre l'ozono ha toccato un 12% in più del normale!
Ma a risentirne di questo record negativo non è soltanto l’aria, in Italia, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ha fatto sapere riguardo il fiume Sarno in Campania che:
“Al primo giorno di allentamento dei divieti e di riapertura delle aziende sono ricominciati gli sversamenti. Per questo, subito ho attivato i Carabinieri del Noe per controlli e indagini in zona, indagini prontamente partite. Confermo quindi che tutti gli enti preposti sono sul posto per controllare e per individuare il colpevole“.
“Come vi ho raccontato, in questo periodo di quarantena abbiamo monitorato, anche grazie all’attività dei Carabinieri e della Guardia Costiera, che ringrazio, lo stato delle acque e non possiamo tollerare che gente senza scrupoli riporti inquinamento e devastazione laddove la Natura stava riprendendo i suoi spazi.
Dobbiamo lavorare ventre a terra per far sì che il Post-Covid sia diverso”. Ha concluso il ministro in un suo post su Facebook.
animali selvatici che passeggiavano in libertà

La tregua che c'è stata durante il lockdown, dove ci ha constretto a restare chiusi in casa per oltre due mesi ha fatto si respirare aria pulita, godere di acque pulite e ci ha fatto assistere allo spettacolo degli animali selvatici che passeggiavano in libertà nella nostra città, ma purtroppo è stata altrettano breve ed illusoria.

Fonte: reccom

mercoledì 4 settembre 2019

Clima conseguenze incendi Amazzonia

Fonte: National Geographic Italia - Quali conseguenze subirà il clima del pianeta a seguito gli incendi avvenuti in Amazzonia, una domanda che ormai prepotente si fa strada nlle coscienze di tutti! 


Si tratta di una domanda quella che riguarda quali conseguenze porteranno al clima del pianeta opo gli incendi devastanti la foresta amazzonica:

Clima conseguenze incendi Amazzonia

la risposta non è certamente positiva, tanto meno lascia tranquilli, perchè se non si deccide a livello mondiale di porre fine drasticamente al disboscamento e gli incendi dolosi, l'importante foresta pluviale potrebbe presto andare in collasso!

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Origine oceani nel centro Terra


Infatti l'Amazzonia, qual'ora non si ponesse fine in maniera importante ai disboscamenti e gli incendi, potrebbe trasformarsi in una savana il che causerebbe importanti cambiamenti climatici su la maggior paete della Terra!

Bastarebbe infatti un minimo di disboscamento olre a quello che già è in atto per far si che la disponbilità di acqua nelle città brasiliane e dintorni possa calare drasticamente:

il dannno alle fattorie e la già precaria quantità di acqua potabile in Africa e California, potrebbe toccare livelli di guardia mai toccati fino ad oggi.

Fig.1

Ma ciò che preoccupa maggiormente gli scienziati è che in Amazzonia si potrebbe essere già arrivati ad un punto di non ritorno come viene pubblicato in una analisi eseguita da due noti esperti geologi nel 2018:

già allora l'Amazzonia è stata devastata a punto tale che da foresta pluviale sta per diventare irrimediabilmente una savana!

Visto che come ben sappiamo l'Amazzonia è un punto fondamentale per il pianeta riguardo il ciclo dell'acqua, l'umidità dell'Oceano Atlantico che ricade sulla foresta, andrebbe ad essere assorbita dalle radici degli alberi e delle piante,diventando un autentico fiume nei cieli, venendo assorbita sotto forma di umidità:

la pioggia che ne deriva verrebbe evaporata fino a toccare le Ande e lasciando l'Amazzonia le metà della produzione di pioggia che solitamente produceva.

Fonte: National Geographic Italia

sabato 10 novembre 2018

Origine oceani nel centro Terra

Fonte - ANSA - Riserve d'acqua dall'idrogeno catturato con la nascita del Sistema Solare,da cui hanno avuto origine gli oceani. 


Nel cuore della Terra si trovano immense riserve d'acqua, la cui quantità potrebbe essere maggiore di quanto si era creduto fino ad oggi:

Origine oceani nel centro Terra
Origine oceani nel centro Terra

Si tratta di enormi quantità d'acqua pari esattamente a due o tre oceani, risultando essere l'origine degli oceani!

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Cosa provoca spostamento Etna nel mar Ionio

La chiave è nell'idrogeno immagazzinato nelle rocce delle viscere del pianeta, questo è quanto risulta dallo studio pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research - Planets, condotto dal gruppo dell'Università dell'Arizona coordinato da Jun Wu.

A caccia della possibile origine dell'acqua che ricopre gran parte del nostro pianeta, i ricercatori hanno studiato come si è accumulato l'idrogeno nel cuore della Terra attraverso modelli al computer e il confronto con alcune rare rocce del mantello.

Secondo Wu "la maggior parte dell'idrogeno terrestre deriva dalla nube di gas e polveri da cui si è formato il Sistema Solare".

Origine oceani nel centro Terra
Fig.1

Qui, per lo studioso, "si sarebbe combinato con il materiale roccioso della Terra in formazione, accumulandosi nel mantello del pianeta".

L'idrogeno è, infatti, l'elemento più abbondante dell'universo.

"La Terra nasconde nel suo mantello sotto forma di idrogeno l'equivalente di 2 o 3 oceani", ha spiegato all'ANSA Enrico Bonatti, geologo della Columbia University di New York.

"Questo idrogeno in superficie e a bassa pressione può trasformarsi in acqua liquida o vapore acqueo. Ne sono un esempio le sorgenti idrotermali sul fondo degli oceani.

Lo studio - ha aggiunto - è importante perché ci fa capire che il nostro pianeta è in equilibrio con la nebulosa cosmica da cui si è originato.

L'acqua che sulla Terra è così essenziale per la vita - ha concluso Bonatti - ha un'origine primordiale e potrebbe formarsi anche in altri sistemi planetari".

Fonte: ANSA

venerdì 12 ottobre 2018

Cosa provoca spostamento Etna nel mar Ionio

Fonte - ANSA - Lo spostamento del vulcano più grande del continente Europeo verso il mare Ionio, pare che sia dovuto alla presenza di un motore sommerso nella costa orientale della regione siciliana. 


In pratica, è come se nel versante di Sud-Est il vulcano ‘non avesse i piedi’:

Cosa provoca spostamento Etna nel mar Ionio
Cosa provoca spostamento Etna nel mar Ionio

Il motore principale di questo movimento, che nel maggio 2017 è stato di 4 centimetri in soli 8 giorni, non è legato alla camera magmatica, come ritenuto finora, ma è in mare, come se l’Etna stesse collassando sotto il suo stesso peso.

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Uragani Florence sempre più comuni

Per gli esperti, è impossibile dire se questo movimento in futuro causerà tsunami.

È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Science Advances, coordinato dal Centro tedesco Helmholtz per la ricerca oceanografica Geomar di Kiel, che ha tra gli autori anche tre ricercatori italiani dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) di Catania: Alessandro Bonforte, Francesco Guglielmino e Giuseppe Puglisi.

Lo scivolamento del vulcano verso il mare è stato studiato per due anni a circa 15 chilometri dalla costa e 1.200 metri di profondità.

“È la prima volta che misuriamo deformazioni sottomarine dell’Etna”, ha spiegato all’ANSA Alessandro Bonforte, da circa 20 anni i vulcanologi monitorano i movimenti del fianco Sud-Est del vulcano, ma finora solo sulla superficie".

Per Bonforte, “questi nuovi dati - ha aggiunto - spostano adesso la causa del movimento in mare, dove si trova la scarpata ibleo-maltese.

È come se il vulcano lì non avesse i piedi.

L’Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa, ha circa 500.000 anni, un tempo lunghissimo rispetto ai pochi anni di monitoraggio che, spiegano i vulcanologi, non permettono al momento di dire cosa accadrà nel suo futuro.

“Non possiamo prevedere se e quando l’Etna provocherà uno tsunami, sprofondando in mare”, ha spiegato all’ANSA Francesco Guglielmino.

“Quel che possiamo dire in base ai nuovi dati - ha aggiunto - è che lo scivolamento in mare del fianco di Sud-Est avviene sia in presenza che in assenza di eruzioni".

Il suo motore non è quindi nel cono vulcanico, ma in mare.

È necessario - ha concluso - progettare una nuova rete di sensori acustici e trasponder per monitorare in dettaglio le deformazioni dell’Etna, non solo sui fianchi ma soprattutto sott’acqua”.

Fonte: ANSA

sabato 15 settembre 2018

Uragani Florence sempre più comuni

Florence non ha fretta di lasciare la Carolinas e questo potrebbe essere il futuro degli uragani in generale sul nostro pianeta. 


Quando l'uragano di Florence ha colpito la costa orientale degli Stati Uniti alle 7:15 di mattina questa mattina, è scoppiato uno squat vicino a Wilmington, nella Carolina del Nord.

Uragani Florence sempre più comuni
Uragani Florence sempre più comuni

L'uragano - ora declassato a una tempesta tropicale - si libra sopra l'area, scatenando piogge torrenziali e strisciando verso ovest a una velocità di tre miglia all'ora, secondo il National Hurricane Center.

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Ciò significa che la pioggia continuerà a colpire lo stesso terreno bagnato d'acqua - che, combinato con l'ondata di tempeste, sta portando a un'inondazione mortale.

Finora, almeno due persone sono morte, secondo Vox.

"Guarda quanto è lento questo sistema", ha detto il direttore del NHC Ken Graham in un briefing di Facebook Live venerdì mattina. (Quando Graham parla della velocità della tempesta, intende il ritmo con cui viaggia, non la velocità del vento.)

Uragani Florence sempre più comuni
Fig.1

"Prima che sia tutto detto, lascerà una scia d'acqua, e le inondazioni del fiume, e un sacco di impatti “.

Abbiamo visto un ritmo simile con l'uragano Harvey, che ha scaricato più di cinque metri d'acqua nel Texas sud-orientale, uccidendo 68 persone e causando così tanti danni che è stato più costoso di qualsiasi uragano tranne Katrina, dice il NHC.

Quindi la bassa velocità di Florence significa più pericolo per le persone sulla traiettoria della tempesta, come riportato da Kendra Pierre-Louis al New York Times e Brian Resnick per Vox.
Uragani Florence sempre più comuni
Fig.2

"Tutto ciò che viene fornito con un uragano si attacca più a lungo", dice James Kossin, uno scienziato atmosferico presso la National Oceanic and Atmospheric Administration.

Ciò significa che l'acqua salata si riempie da un'ondata di tempeste, che l'acqua dolce inondazioni dalla pioggia, il vento danneggia. "Proprio fuori dal cancello, non va bene."
Le ricerche di Kossin, pubblicate a giugno sulla rivista Nature, suggeriscono che gli uragani hanno rallentato negli ultimi 70 anni.

Nel caso di Florence , c'è un sistema di alta pressione accovacciato a nord di Florence - che ha impedito a Florence di risalire lungo la costa, e invece di dirottarla verso ovest sulla terraferma.

Quel sistema di alta pressione sta anche esacerbando lo stallo della tempesta.

"Florence è intrappolata tra i venti che vogliono soffiare verso est, e quel blocco ad alta pressione impedisce che venga soffiato in quella direzione", afferma Charles Greene, professore di Scienze della Terra e dell'atmosfera alla Cornell University.

L'aumento delle temperature globali potrebbe essere una spiegazione, ma quel particolare legame con il cambiamento climatico è più controverso rispetto ai collegamenti con altre caratteristiche degli uragani. 

Fonte: THE VERGE

mercoledì 22 agosto 2018

Perchè i coralli sono cosi resistenti

Fonte - ANSA - Resistenti nei millenni grazie a simbiosi con micro alghe, i coralli risultano essere gli organismi più forti e duraturi che esistono sulla Terra. 


I coralli sono organismi che vivono in simbiosi con alcune alghe microscopiche, le quali conferisocno a questi organismi una vita e resistenza tali da essere soprannominati come organismi ‘highlander’:

Perchè i coralli sono cosi resistenti
Perchè i coralli sono cosi resistenti

decine di milioni di anni più antichi di quanto si pensasse, sono coetanei dei dinosauri e risalgono a circa 160 milioni di anni fa.

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Quando ebbe inizio primo fenomeno gas serra


Meno fragili del previsto, grazie a questa loro relazione di mutuo soccorso in passato hanno superato indenni diverse crisi climatiche e potrebbero sopravvivere anche all’attuale surriscaldamento della Terra.

Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Current Biology, condotto dal gruppo dell’Università per la Scienza e la Tecnologia re Abdullah, in Arabia Saudita, e dell’Università di Stato della Pennsylvania, coordinato da Todd LaJeunesse e Christian Voolstra.

Questi organismi in simbiosi, che gli esperti chiamano dinoflagellati, sono la base dello sviluppo degli ecosistemi delle barriere coralline.

Per risalire alle loro origini, i ricercatori hanno affiancato alle tradizionali indagini morfologiche analisi genetiche comparative del loro Dna, grazie anche a modelli al computer.

Dalle analisi emerge che, contrariamente a quanto si pensava finora, esisterebbero centinaia o addirittura migliaia di specie di questi organismi in simbiosi.

“La nostra ricerca indica che i coralli moderni e i loro partner, le alghe, si sono legati insieme 100 milioni di anni prima di quanto si pensasse”, ha spiegato Voolstra.

La presenza delle alghe, che si sono adattate a vivere all’interno delle cellule dei coralli, garantisce infatti ai coralli la possibilità di ricavare energia dal Sole attraverso la fotosintesi.

Le alghe, a loro volta, ricevono protezione e nutrienti, una strategia comune che si è rivelata vincente nei millenni.

Ma che, concludono gli autori, “non deve fare abbassare la guardia sulla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici per le barriere coralline”.

Fonte: ANSA

mercoledì 11 luglio 2018

Quando ebbe inizio primo fenomeno gas serra

Fonte - ANSA - La prima volta che ebbe luogo il fenomeno noto con il termine di "Gas serra", fu circa 40 milioni di anni fa, quando la temperatura media delle acque superficiali scese da 29 a 19 gradi! 


La spiegazione del suddetto raffreddamento trova una risposta nelle diminuizione dei contenuti di gas serra nell'atmosfera come l'anidrite carbonica:

Quando ebbe inizio primo fenomeno gas serra
Quando ebbe inizio primo fenomeno gas serra

si tratta di una scoperta fatta dal team di ricerca internazionale che ha avuto come protagonisti l'Università di Padova e gli atenei di Brema, Purdue, Southampton e Ultrecht.

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I ricercatori hanno analizzato i sedimenti recuperati nel 1995 durante un progetto di perforazione oceanica nei fondali del Golfo di Guinea, stoccati in magazzino fino a un paio di anni fa.

Claudia Agnini, ricercatrice del dipartimento di Geoscienze all'Università di Padova, ha studiato le associazioni fossili a nannoplankton calcareo e la membrana lipidica di organismi appartenenti al phylum Thaumarchaeota con un paleotermometro.

Quando ebbe inizio primo fenomeno gas serra
Fig.1

"I dati raccolti - spiega Agnini - sono stati utilizzati per produrre modelli paleoclimatici globali che indicano il ruolo predominante dei gas serra nelle dinamiche climatiche del passato come del presente".

Stando ai risultati della ricerca, infatti, i responsabili del cambiamento climatico osservato sarebbero i gas serra e non, come sostiene un'altra ipotesi, il cambiamento della circolazione oceanica che nell'Eocene superiore portò alla separazione di Antartide e Australia.

Questo perché i gas serra sono in grado di influenzare e produrre cambiamenti coerenti (diminuzione della temperatura) e contemporanei alle basse e alte latitudini, mentre il cambiamento nella circolazione oceanica dall'equatore ai poli avrebbe prodotto un calo della temperatura ai poli:

ma un aumento (almeno temporaneo) all'equatore. I risultati potranno essere utilizzati per migliorare le capacità predittive dei modelli climatici ad oggi disponibili.

Fonte: ANSA

giovedì 14 giugno 2018

Come difendere acque dalla plastica

Come difendere le nostre acque, quelle del mar Mediterraneo, dall'inquinamento causato dalla presenza di materiale plastico, l'argomento che vorrei trattare con voi oggi. 


Il mar Mediterraneo ad oggi è inquinato da 115.000 particelle di plastica per chilometro quadrato, cosi attraverso un esperimento, messo a punto dalla Stazione Zoologica 'Anton Dohrn' di Napoli, si è pensato di realizzare degli acquari speciali:

Come difendere acque dalla plastica
Come difendere acque dalla plastica
acquari che dovranno "ricordare l'importanza di comprendere e valorizzare la risorsa mare, che fornisce beni e servizi gratis all'uomo, come metà dell'ossigeno che respiriamo, ma che rischia di essere messa in crisi per l'uso maldestro".

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UE dice basta plastica monouso


A parlare è il presidente, Roberto Danovaro in occasione del convegno organizzato dall'ente di ricerca per la Giornata mondiale degli Oceani, l'8 giugno.

Uno dei problemi maggiori del mare, compreso il Mediterraneo, è l'inquinamento da plastica:

"Secondo gli ultimi dati del progetto Tara, a cui abbiamo partecipato - ha detto Danovaro - nel Mediterraneo vi sono 115 mila particelle di plastica per chilometro quadrato", che si accumulano perché è un bacino semichiuso e anche molto trafficato.

"La sua superficie - ha aggiunto - rappresenta l'1% degli oceani globali, ma il traffico marittimo supera in alcuni casi il 30% di quello globale".

 Inoltre le plastiche sono anche in via di progressiva frammentazione.

"Man mano che andiamo a studiare le componenti microscopiche ne troviamo sempre di più, quindi è difficile dare un numero assoluto", ha spiegato Danovaro.

Per 'bonificare' mari e oceani da queste particelle un aiuto potrebbe arrivare dagli stessi microrganismi marini.

Come difendere acque dalla plastica
Fig.1

"Si sta lavorando - ha continuato - alla selezione di batteri in grado di decomporre la plastica e trasformarla in elementi inerti, ma la ricerca è a livelli ancora sperimentali e l'applicazione richiederà del tempo".

Intanto la Stazione Zoologica, ha concluso il presidente, si sta occupando di una serie di sperimentazioni per valutare l'effetto delle microplastiche, per la prima volta in campo.

A questo scopo, conclude Danovaro,

"si lasceranno in mare enormi acquari per vedere l'impatto delle microplastiche sulle componenti del plancton poiché il rischio è che i frammenti vengano ingeriti e accumulati dagli organismi, dai più piccoli ai più grandi e alla fine possano essere trasferiti all'uomo, con danni che ancora non sappiamo ben quantificare". 

Fonte: ANSA

sabato 2 giugno 2018

UE dice basta plastica monouso

Fonte - National Geographic - L'Unione Europea ha deciso di dire basta alla produzione di plastica monouso, decretando la fine della produzione di contenitori per alimenti e tazze per bevande. 


Si tratta di un importante decisione in funzione della protezione delle acque, in quanto che contenitori di plastica monuso per alimenti e bevande, rappresentano ben il 70% dei rifiuti che si trovano nei nostri mari:

Europa dice basta plastica monouso
Europa dice basta plastica monouso

Viene dunque approvato le nuove norme per contrastare la diffusione dei 10 prodotti di plastica monouso "che più inquinano le spiagge e i mari d'Europa".

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Degrado aree protette: un terzo rischiano molto


Bastoncini per la pulizia delle orecchie, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande e aste per palloncini, dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili.

Europa dice basta plastica monouso
Fig.1

"Di fronte al costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceani e nei mari e ai danni che ne conseguono - fa sapere l'esecutivo Ue - la Commissione europea propone nuove norme per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d'Europa e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati. Questi prodotti rappresentano il 70% dei rifiuti marini".

Non a tutti i prodotti si applicheranno le stesse misure: saranno messi al bando i prodotti di plastica monouso per i quali sono facilmente disponibili soluzioni alternative:

mentre si limiterà l'uso di quelli di cui non esistono valide alternative riducendone il consumo a livello nazionale.

Europa dice basta plastica monouso
Fig.2

I produttori dovranno poi rispettare requisiti di progettazione ed etichettatura e sottostare a obblighi di gestione e bonifica dei rifiuti.

"Con queste nuove norme l'Europa è la prima a intervenire incisivamente su un fronte che ha implicazioni mondiali", aggiunge Bruxelles.

Fonte: National Geographic

martedì 22 maggio 2018

Degrado aree protette: un terzo rischiano molto

Fonte - National Geographic - Degrado di molte aree dichiarate protette, circa un terzo di esse rischiano tanto a cusa di un elevato disinteresse e incuria. 


Nel nostro pianeta, la terra, ci sono aree di territorio che sono state dichiarate come aree protette, almeno sulla carta, perchè grazie ad un studio apposito si è potuto appurare tutto il contrario di quanto dovrebbe essere:

Degrado aree protette: un terzo rischiano molto
Degrado aree protette: un terzo rischiano molto

circa un terzo di territorio riguardanet le aree protette presenta un elevato degrado, cosi almeno fanno sapere un gruppo di ricercatori dell'Università del Queensland.

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Barriere coralline finiranno prima del secolo



Insieme ad altri ricercatori della fondazione americana Wildlife Conservation Society, hanno pubblicato sulla rivista scientifica Science quanto emerso dal loro studio:

si tratta di una analisi del territorio relativo alle aree protette molto accurata sull'integrità delle aree protette terrestri.
Degrado aree protette: un terzo rischiano molto
Fig.1

Incrociando la mappa globale basata sull'impronta ecologica, un indicatore che valuta il consumo umano delle risorse naturali, con il database delle aree protette dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), gli autori hanno stimato che il 32,8 percento delle aree protette continentali, comprese le acque interne, risultano "molto degradate".

Un'estensione pari a circa venti volte quella dell'Italia, che rappresenta quasi un terzo dei 19,8 milioni di chilometri quadrati formati dalle oltre 200 mila aree protette istituite nei cinque continenti.

Lo studio è stato pensato come strumento di controllo degli impegni previsti dalla Convenzione sulla diversità biologica del 1992 per arrestare la perdita di biodiversità attraverso la creazione di aree protette.

Degrado aree protette: un terzo rischiano molto
Fig.3

Molti ecosistemi formalmente protetti sono risultati in realtà sottoposti a una forte pressione antropica, esercitata principalmente dall'urbanizzazione del territorio, la costruzione di strade e, non da ultimo, il pascolo.

Particolarmente interessate dal fenomeno sono risultate le aree protette istituite prima del 1992:

il 55 percento di esse ha lamentato aumenti di pressione antropica, con il rischio di compromettere gravemente gli obiettivi della convenzione stessa.

Fonte: National Geographic

domenica 13 maggio 2018

Barriere coralline finiranno prima del secolo

Fonte - Science - L'assorbimento del biossido di carbonio antropogenico dall'atmosfera sta riducendo il pH degli oceani. 


L'acidificazione degli oceani significa che il carbonato di calcio, il materiale con cui sono costruite le barriere coralline, sarà più difficile da generare e si dissolverà più rapidamente.

Barriere coralline finiranno prima del secolo
Barriere coralline finiranno prima del secolo

Eyre et al. segnala che alcune barriere coralline stanno già sperimentando la dissoluzione del sedimento netto preoccupantemente, i tassi di perdita aumenteranno con l'intensificarsi dell'acidificazione dell'oceano.

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Collaborazione Iran e Afganistan per rinascita oasi morta


L'acidificazione dell'oceano si riferisce all'abbassamento del pH dell'oceano a causa dell'assorbimento di CO2 antropogenica dall'atmosfera.

Barriere coralline finiranno prima del secolo
Fig.1

Si prevede che la calcificazione della barriera corallina diminuisca man mano che gli oceani diventano più acidi.

La dissoluzione delle sabbie di carbonato di calcio (CaCO3) potrebbe esacerbare enormemente la perdita di barriera associata a calcificazione ridotta, ma attualmente è scarsamente vincolata.

Qui vi mostriamo che la dissoluzione di CaCO3 nei sedimenti di barriera corallina in cinque siti globalmente distribuiti è negativamente correlata con lo stato di saturazione aragonite (Ωar) di acqua marina sovrastante e che la dissoluzione del sedimento di CaCO3 è 10 volte più sensibile all'acidificazione degli oceani rispetto alla calcificazione dei coralli.

Di conseguenza, i sedimenti della barriera corallina a livello globale passeranno dalla precipitazione netta alla dissoluzione netta quando l'Ωar dell'acqua di mare raggiunge 2,92 ± 0,16 (previsto intorno al 2050 CE).

In particolare, alcune barriere coralline stanno già sperimentando la dissoluzione del sedimento netto.

Fonte: Science

venerdì 4 maggio 2018

Collaborazione Iran e Afganistan per rinascita oasi morta

Fonte - Science - Gli sciatori imbiancati dal sole giacciono in un guazzabuglio lungo l'arida costa meridionale di Hamoun-e Puzak, un ex lago. 


Nel caldo pomeridiano, le scogliere di Fata Morgana risplendono all'orizzonte.

Collaborazione Iran e Afganistan per rinascita oasi morta
Collaborazione Iran e Afganistan per rinascita oasi morta

Le barche non sono molto usate in questi giorni. Hamoun-e Puzak e due laghi gemelli sono ora mari di sabbia e le paludi che sostengono sono appassite: "La gente dovrebbe pescare qui.

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Causa disboscamento: agricoltura fabbisogno legname


I bambini avrebbero nuotato qui. Niente di più ", dice Nayyereh Pourmollae, che dirige il dipartimento ambientale della provincia di Sistan e Baluchestan nel sud-est dell'Iran.

Collaborazione Iran e Afganistan per rinascita oasi morta
Fig.1

Le zone umide di Hamoun, che un tempo comprendevano fino a 5800 chilometri quadrati lungo il confine iraniano con l'Afghanistan e sostenevano insediamenti risalenti a 5 millenni, "sono una catastrofe ecologica", dice.

Dal lato iraniano, i villaggi si stanno svuotando.

I venti in quella che è diventata una coppa della polvere devastano i raccolti e spazzano via i residui di pesticidi e altri inquinanti.

E un rifugio per gli uccelli migratori e altri animali selvatici sta scomparendo. 

Ma ora, dopo anni di litigi su quale paese è da biasimare, l'Iran e l'Afghanistan stanno discutendo soluzioni.

Fonte: Science

giovedì 26 aprile 2018

Evoluzione blocchi commerciali antica Pechino

Fonte - Springer - La relazione sinergica tra funzioni urbane e reti stradali è sempre stata al centro della ricerca e della pratica urbana. 


Dal punto di vista delle reti stradali, adottando la sintassi dello spazio, questo studio ha analizzato le caratteristiche strutturali profonde e le potenziali regole di evoluzione dei blocchi commerciali collegati alle reti stradali in diversi periodi:

Evoluzione blocchi commerciali antica Pechino
Evoluzione blocchi commerciali antica Pechino

nonché le corrispondenti caratteristiche economiche, politiche e culturali dell'antica città di Pechino negli ultimi 800 anni.

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Combinando questi con i cambiamenti nella rete stradale, abbiamo ulteriormente spiegato il meccanismo della funzione di regolazione del layout e del livello nei blocchi commerciali e l'influenza della rete stradale sui blocchi commerciali nel processo di cambiamento storico.

Le conclusioni principali comprendevano quanto segue.

L'effetto sifone centrifugo centripeto urbano:

la forma del layout, la struttura topologica e le modifiche al modo di traffico nella rete stradale avevano una guida corrispondente per il layout e il sistema gerarchico dei blocchi commerciali.

Mentre lo sviluppo centripeto della rete stradale potrebbe guidare l'effetto di agglomerazione dei blocchi commerciali, sebbene lo sviluppo centrifugo abbia causato blocchi commerciali per l'evacuazione verso l'esterno.

Trasformazione dello stadio da nodo mutazionale a sviluppo fluido:
il layout dei blocchi commerciali è venuto a dipendere dalla capacità di attraversare il centro di flusso pendolare, che originariamente si basava sull'accessibilità dei nodi di trasporto come centri locali.

Le variazioni delle modalità di traffico hanno interessato principalmente l'adeguamento dei blocchi commerciali di primo livello, che ha facilmente portato alla mutazione generale del layout.

I livelli di traffico hanno un'evidente relazione gerarchica positiva con i blocchi commerciali di secondo e terzo livello. 

L'adattamento dei tradizionali blocchi commerciali alle esigenze di una città moderna: colpiti dai diversi tempi emergenti e dalle irregolarità della fondazione commerciale originale:

i blocchi commerciali hanno formato vari modelli di sviluppo che soddisfano le esigenze di modernizzazione e raggiungono un equilibrio tra continuità culturale e adattamento funzionale.

Fonte: Springer

giovedì 19 aprile 2018

Cambiamenti dinamici habitat riserve naturali cinesi

Fonte - Springer - Fino al 2015, la Cina aveva stabilito 2740 riserve naturali con un'area totale di 1,47 milioni di km2, coprendo il 14,8% della superficie terrestre cinese. 


Sulla base dell'inversione del telerilevamento, della simulazione del modello ecologico e dei metodi di analisi spaziale, sono state analizzate le variazioni spaziali e temporali della copertura frazionale della vegetazione (FVC), della produzione primaria netta (NPP) e del disturbo umano (HD) negli habitat di riserve naturali naturali nazionali ( NNR) durante i primi 15 anni del 21 ° secolo dal 2000 al 2015.

Cambiamenti dinamici habitat riserve naturali cinesi
Cambiamenti dinamici habitat riserve naturali cinesi

E poi i tre indicatori sono stati confrontati tra diversi tipi di NNR e varie zone climatiche.

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I risultati hanno mostrato che (1) l'FVC media a 5 anni degli NNR è aumentato dal 36,3% al 37,1% e in alcuni casi è migliorato in tutti i tipi di NNRs.

L'FVC medio annuo è aumentato rispettivamente dello 0,11%, dello 0,84%, dello 0,21%, dello 0,09%, dello 0,11% e dello 0,08% negli ecosistemi forestali, nei prati pianeggianti, nelle zone umide interne, nell'ecosistema desertico, negli animali selvatici e nelle piante selvatiche.

Cambiamenti dinamici habitat riserve naturali cinesi
Fig.1

L'NPP è aumentato annualmente di 2,06 g m 2, 1,23 g m 2, 0,28 g m 2 e 0,4 g m 2 in NNR di pianura, zone umide interne, ecosistema del deserto e animali selvatici, rispettivamente.

Tuttavia, è diminuito di 3,45 g · m-2 e 2,35 g · m-2 rispettivamente negli NNR dell'ecosistema forestale e delle piante selvatiche.

Negli ultimi 15 anni, oltre alle lievi diminuzioni negli NNR situati nell'altopiano Qinghai-Tibet e nella zona subtropicale meridionale, l'HD è stato potenziato nella maggior parte degli NNR, in particolare l'HD nella zona umida temperata calda è aumentato dal 4,7% al 5,35 %.

Fonte: Springer

lunedì 9 aprile 2018

Rifiuti plastica causano mallatie barriere coralline

Fonte - Science - Le barriere coralline forniscono pesca vitale e difesa costiera e hanno urgente bisogno di protezione dagli effetti dannosi dei rifiuti di plastica. 


Lamb et al. ha esaminato 159 barriere coralline nella regione Asia-Pacifico.

Rifiuti plastica causano mallatie barriere coralline

Rifiuti plastica causano mallatie barriere coralline

Miliardi di oggetti di plastica erano impigliati nelle barriere coralline facendo si che le specie di corallo, si impigliassero nella plastica.

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La probabilità della malattia è aumentata di 20 volte dopo che un corallo era coperto di plastica.

Rifiuti plastica causano mallatie barriere coralline
Fig.1

I detriti di plastica sollecitano il corallo attraverso la leggera privazione, il rilascio di tossine e l'anossia, dando ai patogeni un punto d'appoggio per l'invasione. 

I rifiuti di plastica possono promuovere la colonizzazione microbica da parte di patogeni implicati in epidemie di malattie nell'oceano.

Abbiamo valutato l'influenza dei rifiuti di plastica sul rischio di malattia in 124.000 coralli di barriera corallina da 159 barriere coralline nella regione Asia-Pacifico.

Rifiuti plastica causano mallatie barriere coralline
Fig.2

La probabilità di malattia aumenta dal 4% all'89% quando i coralli sono in contatto con la plastica.

I coralli strutturalmente complessi hanno una probabilità otto volte maggiore di essere interessati dalla plastica, suggerendo che i microhabitat per gli organismi associati alla barriera corallina e le preziose attività di pesca saranno colpiti in modo sproporzionato.

I livelli plastici sulle barriere coralline corrispondono alle stime dei rifiuti di plastica mal gestite che entrano nell'oceano.

Stimiamo che 11,1 miliardi di oggetti di plastica siano impigliati nelle barriere coralline dell'Asia-Pacifico e che questo numero cresca del 40% entro il 2025.

La gestione dei rifiuti di plastica è fondamentale per ridurre le malattie che minacciano la salute dell'ecosistema e il sostentamento umano.

Fonte: Science

domenica 1 aprile 2018

Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare

Fonte - Science - Come potrebbe finire il mondo, quali scenari si prospettano e cosa possiamo fare al riguardo per evitare che accada. 


Il mondo cosi come sta andando, è destinato a finire, con scenari che si prospettano dal carattere apocalittico, con famiglie che sarebbero ridotte a vivere gli ultimi istanti di vita in maniera miserevole:

Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare
Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare

uno squallido condominio, isolato da strati di tappeti sospesi, attorno a un fuoco, sciogliendo una pentola di ossigeno.

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Strappato dal calore del sole da una stella oscura canaglia, il pianeta è stato esiliato nelle fredde zone esterne del sistema solare.

Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare
Fig.1

Il clan solitario dei sopravvissuti deve avventurarsi nell'infinita notte per raccogliere gas atmosferici ghiacciati che si sono accumulati come neve.

Come scenari di fine dell'umanità, la visione del racconto di Fritz Leiber del 1951 "A Pail of Air" è una possibilità abbastanza remota.

Gli studiosi che meditano su queste cose pensano che una catastrofe auto-indotta come la guerra nucleare o una pandemia bioingegnerizzata sia più probabile che ci facciano entrare. 

Tuttavia, un certo numero di altri pericoli naturali estremi - comprese le minacce provenienti dallo spazio e dagli sconvolgimenti geologici qui sulla Terra - potrebbe ancora deraglia la vita come la conosciamo, distruggendo la civiltà avanzata, spazzando via miliardi di persone o addirittura sterminando la nostra specie.

Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare
Fig.2


Eppure c'è stata sorprendentemente poca ricerca sull'argomento, dice Anders Sandberg, un ricercatore catastrofico presso il Future of Humanity Institute dell'Università di Oxford nel Regno Unito.

Alla fine ha controllato, "ci sono più documenti sulla riproduzione degli scarabei stercorari che sull'estinzione umana", dice. "Potremmo avere le nostre priorità leggermente sbagliate".

Disastri frequenti e moderatamente gravi come i terremoti attirano molti più finanziamenti di quelli apocalittici a bassa probabilità. Il pregiudizio può anche essere al lavoro;

per esempio, gli scienziati che hanno aperto la strada agli studi sull'impatto di asteroidi e comete si sono lamentati di fronte a un pervasivo "fattore di risonanza".

Come potrebbe finire il mondo: cosa possiamo fare
Fig.3

Consapevolmente o inconsciamente, afferma Sandberg, molti ricercatori considerano i rischi catastrofici come la fantascienza o la fantasia, non una scienza seria.

Una manciata di ricercatori, tuttavia, persiste nel pensare l'impensabile.

Con una sufficiente conoscenza e una corretta pianificazione, dicono, è possibile preparare, o in alcuni casi prevenire, rari ma devastanti disastri naturali.

Risatine tutto ciò che vuoi, ma la sopravvivenza della civiltà umana potrebbe essere in gioco.

Fonte: Science

domenica 25 marzo 2018

Ecosistemi Amazzonia emigrano causa dighe

Fonte - Science - C'era una volta, migliaia di dorados, un gigante tra i pesci gatto, nuotavano a più di 3000 chilometri dalla foce del Rio delle Amazzoni per deporre le uova nel fiume Mamoré in Bolivia, ai piedi delle Ande. 


Ma il dorado, che può crescere fino a oltre 2 metri di lunghezza, sta scomparendo da quelle acque, e gli scienziati accusano due dighe idroelettriche erette a valle un decennio fa.

Ecosistemi Amazzonia emigrano causa dighe
Ecosistemi Amazzonia emigrano causa dighe

Mentre i paesi cercano nuove fonti di energia per guidare la crescita economica, un'impennata nella costruzione di dighe sul fianco orientale delle Ande potrebbe ulteriormente minacciare la migrazione dei pesci.

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Inoltre anche i flussi di sedimenti potrebbero subire minacce in tal senso, al punto tale che gli scienziati avvertono del pericolo dando l'allarme con un articolo pubblicato nella rivista scientifica Science Advances.

La principale conseguenza della proliferazione delle dighe è la frammentazione dell'habitat.

La scomparsa del dorado suggerisce che la frammentazione sta già pagando un tributo.

Fonte: Science

lunedì 19 marzo 2018

Grandi quantità diamanti al centro della Terra

Fonte - ANSA - Grandi quanità di diamanti preziosi sono stati individuati a circa 780 km al centro della Terra, proprio dove è possibile trovare il carbonio allo stato purissimo. 


Al centro della Terra, circa 780 km sooto sotto la crosta terrestre, è possibile trovare enormi fabbirche di preziosi diamanti, proprio dove è presente il carbonio purissimo:

Grandi quantità diamanti al centro della Terra
Grandi quantità diamanti al centro della Terra


La conferma di quanto sudetto arriva da uno studio che è stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Nature da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Geoscienze dell'Università di Padova, con la collaborazione dei ricercatori dell'Università di Pavia, del CNR-IGG di Padova e di due atenei nord americani (Alberta e British Columbia).

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I diamanti naturali sono in grado di dare informazioni dirette da grandi profondità dal momento che sono capaci di trasportare fino in superficie impurità che si trovano al loro interno in forma di micro frammenti provenienti dalle profondità della Terra.

"Abbiamo rinvenuto - spiega Fabrizio Nestola autore dell'articolo - un piccolo cristallo di wollastonite (CaSiO3, metasilicato di calcio) di 0.03 millimetri, inglobato all'interno di un frammento di diamante 40 volte più grande, che fornisce preziose informazioni sulle profondità alle quali possono cristallizzare i diamanti e sui processi di subduzione profondi".

Le inclusioni stanno a dimostrare come la formazione della preziosa pietra, abbia avuto luogo ad una profondità di 780 chilometri, cioè nel mantello inferiore:

area in cui finora la formazione di diamanti era stata solo ipotizzata data l'impossibilità materiale di raggiungere quelle profondità.

La pietra era stata rinvenuta nella miniera sudafricana vicino a Pretoria in cui nel 1869 venne trovato il diamante grezzo più grande della storia, il 'Cullinan' del peso di 3.107 carati.

Fonte: ANSA

domenica 11 marzo 2018

Fiori più efficaci dei pesticidi nei campi

Fonte - National Geographic Italia - Fiori nei campi al posto dei pesticidi, nuovi studi dimostrano maggiore efficacia nell'attirare gli insetti predatori di afidi e parassiti. 


Fiori nei campi al posto del normale utilizzo di dannosi pesticidi, la nuova ricerca che dimostra come certi tipi di fiori siano molto più efficaci nell'attirare gli insetti predatori di afidi e parassiti che infestano i campi:

Fiori più efficaci dei pesticidi nei campi
Fiori più efficaci dei pesticidi nei campi

Coriandolo, fiordaliso, papavero e altri ancora si sono rivelati molto più efficienti e sopratutto senza controindicazioni come per i pesticidi, nell'attirare, preservando colture e piantaggioni, gli insetti ed i parassiti!

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Lo studio che ha messo in luce questa sanzazionale scoperta è stato condotto in Svizzera e in Inghilterra riuscendo a dimostrare come sia possibile e proficuo diminuire i fitofarmaci:

Fiori più efficaci dei pesticidi nei campi
Fig.1

infatti grazie a questa ricerca si è potuto dimostrare come l'adozione di questa paratica che pervede l'utilizzo di fiori nei campi come Coriandolo, fiordaliso, papavero e altri ancora, si sia potuto abbattere del 40% la quantità di larve di Oulema melanopus, un coleottero goloso di fogle di cereali.

Conseguentemente i danni causati alle colture sono calati drasticamente del 61% in confronto ad altri campi in cui erano stati disseminati i pesticidi: I fiori che sono stati disseminati al posto dei tradizionali pesticidi per difendere le colture presentano però dei limiti, ovvero sia:


Fiori più efficaci dei pesticidi nei campi
Fig.2

tutti quegli insetti per cosi dire "buoni" i quali fanno da dimora proprio nei fiori, non sono più in grado di raggiungere i terreni coltivati che in ogni caso sono necessari trattamenti con i pesticidi.

Grazie ai macchinari sempre più all'avanguardia, la semina risulta più precisa e diretta, mietendo il grano senza però toccare i fiori!

Proprio in Inghilterra, un nuovo studio condotto dal Centre for Ecology and Hydrology sta cercando di appurare se:

gli insetti portati da margherite, trifoglio dei prati, fiordaliso scuro e carota posti nel bel mezzo di campi coltivati abbiano davvero gli effetti benefici sperati. 

Queste ricerche si inseriscono in un filone più ampio:

un autorevole studio francese sostiene che al diminuire dell'uso di pesticidi, produttività e redditività dei raccolti non calano e, anzi, spesso aumentano.

Fonte: National Geographic Italia